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Il cuore della nostra Missione

 

 

 

   
 

«Inviata per mandato divino alle genti per essere sacramento universale di salvezza la Chiesa [...] si sforza di portare l’annuncio del vangelo a tutti gli uomini». Con queste parole inizia il Decreto conciliare Ad Gentes, il quale ci fa capire che la missione non è semplicemente un capriccio umano, ma ha un mandato divino.

Da questa riflessione, durante il Sinodo degli anni ‘90, nasce la missione diocesana a Makeni, Sierra Leone, con l’allora Vescovo monsignor Dante Bernini.

 

Molti sono stati i progetti realizzati, ma ad ascoltare chi diverse volte è partito per evangelizzare, si scopre che il vero vangelo sono i volti, i sorrisi di quanti s’incontrano per le polverose strade di Makeni.

Nel corso degli anni diverse persone hanno fatto la scelta di una residenza lunga a Makeni.

Scelta non solamente personale, ma è capitato anche che sia stata una scelta di famiglia.

Scelta che dimostra che anche oggi si può scegliere di spendere la propria vita per i più bisognosi, ritrovandosi addirittura più ricchi nel viaggio di ritorno.

Una ricchezza che riempie la vita: volti, sorrisi e gratitudine.

 

Il legame con questa Chiesa nascente ha portato alla conversione di tanti cuori italiani. Persone che hanno offerto la loro preghiera e il loro sacrificio per la costruzione di molte opere. >>

 

IL CUORE DELLA NOSTRA CHIESA
 

Durante quest’ultimo viaggio sono state inaugurate le due ultime opere realizzate: la Chiesa di Gbendembu e la Dante Bernini Secondary School, segno di una vicinanza che ha impegnato la carità di tante persone incontrate in questi 15 anni, manifestazione di un’attività missionaria profonda guidata da Cristo e realizzata attraverso lo Spirito Santo. Tanto ancora ci possono donare i nostri fratelli africani, tanto siamo ancora chiamati a fare per quanti vivono nel bisogno. In primo luogo la continua preghiera, legame che ci permette di camminare insieme. Poi, una collaborazione fattiva attraverso la realizzazione di opere che servono alle necessità di base, delle quali oggi non possiamo fare a meno. È per questo che siamo chiamati a attivarci per alleggerire le difficoltà di chi non può curare i propri figli, vedendoli diventare ciechi per la mancanza di una medicina che a noi costerebbe pochi centesimi, o peggio, vederli sgretolare per la lebbra ancora non debellata.

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Sabato 13 marzo 2010: rientro dalla Sierra Leone.

È stato un viaggio missionario, fatto con alcuni sacerdoti e laici della Diocesi. Abbiamo veduto una Chiesa giovane nelle centinaia e centinaia di bambini che frequentano le scuole cattoliche, non poche sostenute da noi, con bimbi e bimbe “adottati”. Una Chiesa giovane e viva, per quanto ancora esigua di numero.

I cattolici sono meno del 5 per cento, ma il 100 per cento ci diceva: «Dove giunge la Chiesa cattolica arriva anche la promozione umana!». Effettivamente, Gesù non ci ha chiesto solo di proclamare il vangelo ma pure di guarire i malati (cfr. Mc 16,15- 18). Almeno per curarli la Chiesa di Albano ha costruito il The Holy Spirit Hospital di Masuba. Non l’abbiam fatto solo per promozione umana. La liturgia delle ore del 13 marzo riportava questo passo di san Gregorio di Nazianzo: «O fratelli, finché è il momento visitiamo Cristo, curiamo Cristo, sfamiamo Cristo, vestiamo Cristo, accogliamo Cristo, onoriamo Cristo…». È ciò che avevamo vissuto. Il viaggio è stato anche un cammino penitenziale.

 La Sierra Leone possiede miniere di diamanti, di ferro, di bauxite; è un Paese ricco di acque e con un suolo molto fertile eppure…è classificata tra i Paesi più arretrati del pianeta. Chi l’ha reso così? I mali cominciarono quando un po’ di europei prima deportarono come schiavi un buon numero di “neri” e dopo (un po’ anche per toglierseli di torno) li “rimpatriarono” e li chiamarono uomini “liberi”, si spiega così il nome Freetown (città libera) della capitale. Il “dopo” è commento, ma quei “negrieri” erano cristiani! C’è molto, allora, da farsi perdonare! Non possiamo negarci questa memoria.

Per questo il viaggio è stato un cammino quaresimale. Senza chiedere perdono non potremmo donare nulla alla Sierra Leone, polo missionario della nostra Chiesa di Albano. È per noi come l’umanità del Salvatore: panis esuriens, un pane che ha fame, per ripetere san Bernardo. Perciò la nostra carità non può avere fine. Quale grazia aver letto, proprio nel giorno del rientro: «Finché è il momento visitiamo Cristo, curiamo Cristo, sfamiamo Cristo, vestiamo Cristo, accogliamo Cristo, onoriamo Cristo!». Se è così, possiamo fare Pasqua.

X Marcello Semeraro, Vescovo

 

Sierra Leone su TV2000

 

 

 

 

Intervistato: PASQUALE CHIARO

 

 

 

 

L’esperienza di un sacerdote sierraleonese nella nostra Diocesi
 

Non è per caso che il Vescovo Semeraro, tornando in Sierra Leone dopo 5 anni, ha chiamato la presenza dei sacerdoti sierraleonesi nella Diocesi di Albano «un prezioso scambio di aiuto sacerdotale».

Nello scambio missionario nessuno è tanto ricco da non aver bisogno di niente e nessuno è tanto povero da non poter contribuire nulla.

Come altri confratelli sacerdoti sierraleonesi sono stato aiutato e poi incoraggiato nella scelta vocazionale dai missionari saveriani italiani ad intraprendere il cammino di discernimento, che grazie a Dio è diventato una realtà che fruttifica in un contesto italiano. Rimane però un sacerdozio provato nel contesto sierraleonese, la cui storia condivide quasi tutto quello che riguarda l’Africa sotto il Sahara. La Sierra Leone ha avuto la sua indipendenza dall’Inghilterra nel 1961. Cinque colpi di Stato, insurrezioni interne e una guerra sanguinosa (1991- 2002) sono le ferite della post-indipendenza. Oggi l’Africa è in gran parte fuori dal mondo e fa la sua presenza sulla scena solo con notizie di guerre continue o per le immagini sconvolgenti di bambini che muoiono nei campi di profughi con gli avvoltoi che aspettano i loro pasti. Immagini che servono a far spedire 1 euro con un sms. Ma se per le persone fare beneficienza è questo, penso che ci sia tanta strada da fare per la formazione di una spiritualità missionaria e quella della carità. La carità cristiana, che funge da base per qualsiasi beneficenza, pone sempre al centro la dignità della persona aiutata. Con il cardinale del Brasile Dom Helder Camara non dobbiamo accontentarci soltanto della gioia di essere chiamati santi perché abbiamo dato da mangiare ai poveri, ma bisogna pure avere il coraggio di essere chiamati comunisti perché si è osato chiedere perché sono poveri. Questi sono i temi che occupano il mio cuore mentre colgo l’invito del Papa di riflettere sul mio sacerdozio alla sequela di Cristo con il Curato d’Ars come un esempio d’ispirazione. Sei anni fa provai una gioia inspiegabile quando mia madre mi chiamò «Fada» e chiese la mia benedizione. Con il passar degli anni mi chiedo se posso provare ancora un tale gioia. Gli attacchi più duri della società all’immagine santa e venerabile del sacerdozio possono servire a ricordarci del bisogno che tutti i preti hanno della solidarietà sacerdotale di gioire e di soffrire insieme. È una solidarietà che nega tanto il protagonismo sacerdotale che si trova facilmente in Italia. L’immagine ecclesiologica della Chiesa in Africa come famiglia, dove la presenza del fratello sacerdote a tavola conta tanto, può essere di grande aiuto a questa crisi in cui si cerca la felicità al di fuori della famiglia sacerdotale.

Che futuro c’è per l’Africa? Non sono un pessimista, ma dico che per un bel po’ cambierà poco o niente della situazione economica dell’Africa. Quello che migliorerà e servirà come dono a tutto il mondo sarà la sua umanità genuina.

Victor Salifu Suma

 

Riflessione:

I due terzi dell'umanità non mangiano abbastanza.

Perchè loro e non noi???

 

Vi sono nel mondo 800 milioni di essere umani che non hanno mai visto un medico. Più di un miliardo di persone non sa leggere.
Perchè loro e non noi?
Sbarazzarsi, sulle spalle degli infelici o tra le braccia dei loro piccoli, di quanto avremmo gettato nel secchio dell'immondizia, è un gesto sordido. E non c'è di che rallegrare il proprio cuore...
Abbiamo fatto della carità? In verità, abbiamo liberato i nostri armadi da ciò che non ci serviva più, ci siamo spolverati la coscienza. Carità questa??? La carità dell'osso che si getta al cane!

Non si tratta di dare al povero un pò del nostro superfluo, ma di fargli un posto nella nostra vita.
Il povero, il malato, il perseguitato...ha una sete confusa di ritrovarsi, d'aver coscienza che è una persona come tante altre, che ha il diritto di vivere e il dovere di sperare.

 

Procurariamogli allora il mezzo di assicurarsi da solo l'esistenza propria e dei suoi cari, non di accontentarsi di quell'offerta che togliamo distrattamente dal nostro portamonete, ma condividiamo la sua sofferenza, la sua collera, i suo desideri o la sua gioia, e facciamolo partecipe dei nostri sentimenti. Ecco, questo vuol dire AMARLO!!!

 

 

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