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Riflessioni
Camminando per le
strade di Makeni
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Camminando per le strade
di Makeni puoi scoprire tante cose
come
le botteghe
artigiane dei falegnami, i
quali con sega,
pialla e scalpello
costruiscono letti, sedie, divani, come
i tintori di stoffe, che stendono le
loro tele multicolori per terra, e i
fabbricanti di ceste e contenitori
d’acqua di zucca, ricordi di un recente
passato, laborioso e creativo.
Lungo le strade, alcune
d’asfalto, altre sterrate, soprattutto
si cammina, all’occorrenza portando
sulla testa di tutto,
ma non mancano i
possessori di biciclette sgangherate, di
moto fiammanti, che qui chiamano
indistintamente Honda e più raramente di
piccole jeep.
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Lungo
le strade ci sono le case.
Qui la casa, sia essa di fango e paglia
sia di mattoni e lamiera, è soprattutto
un luogo dove rifugiarsi dalla lunga
notte, dal freddo, dalle piogge
impetuose, dai pericoli, dove dormire e
la coppia ritrovarsi nella sua intimità.
Tutto il resto avviene all’aperto in
quei giardini senza confini tra un
albero di mango e l’altro a livello di
suolo: si preparano i cibi e si cucina
su fuochi di legna o carbone, si lavano
i panni in bacinelle smaltate, made in
China, si stendono i panni su
staccionate, rami, mentre galline e
bambini scorazzano allegramente.
I banchetti di
vendita, dei cibi
disponibili, frutta, manioca e uova,
spesso sono sul bordo della strada a
pochi metri delle case.
Questo è il regno delle donne, che
camminano, lavorano, non stanno mai
ferme, neppure, quando sono sedute,
perché è il momento per allattare i
piccoli o per sistemarsi i capelli.
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L’acqua è stata
presa al pozzo, non proprio
sotto casa, viaggio ripetuto più volte
in una giornata.
Per lavarsi si usano bacinelle.
I bagni non ci sono e per i propri
bisogni si utilizza la natura. Nelle
scuole, negli incontri con le comunità,
si chiedono anche questi beni, i quali
non sono un lusso riservato a pochi ma
un bene primario.
Nei villaggi i
pozzi sono a pompa manuale,
altrimenti l’acqua è presa nel ruscello
più vicino, dove ci si reca anche per il
bucato e per lavarsi.
La Sierra Leone è un paese ricco
d’acqua, ma non c’è un sistema di
canalizzazione idrica.
Si vive seguendo il ritmo naturale: la
stagione delle piogge e quella della
siccità dove anche le riserve di cibo
scarseggiano.
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La
notte buia, per noi ormai
dimentichi dei colori veri della notte,
s’illumina con candele o più spesso
lumini ad olio, perché per la luce
elettrica bisognerà attendere ancora due
o tre anni, quando i lavori per portare
l’energia dalla centrale idroelettrica
della diga di Bumbuna saranno ultimati.
Con l’elettricità anche l’acqua potrà
arrivare nelle case e con essa i servizi
igienici, ma ci vorrà tempo.
In alcuni uffici pubblici,
nell’ospedale, nelle case dei missionari
e nell’hotel, i
generatori d’energia, che
vanno a gasolio, consentono di avere
energia elettrica per alcune ore il
giorno e acqua dai rubinetti.
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Nel centro
città, una piazza, in realtà
un grosso crocevia, con un arco di
pietra, da cui partono le strade
principali, hanno aperto da poco tre
banche, una quarta è nel nuovo hotel.
Fenomeno
sconcertante per una città di centomila
abitati circa ma con un reddito pro
capite al limite della sopravvivenza.
Nei pressi c’è
la nuova sede del municipio,
il mercato e i principali negozi, dove
si trova un po’ di tutto, anche vestiti
e scarpe di provenienza estera,
soprattutto cinese.
Nasce il sospetto d’essere di fronte ad
una forma più sofisticata di
neocolonialismo.
I soliti
curatori di diamanti e
d’altri preziosi tesori continuano a
trafficare, complici i senza scrupoli
locali di turno, siano essi governanti,
funzionari, commercianti, manovrando e
ripulendo capitali.
Sono soltanto trascorsi meno di dieci
anni dalla fine della
guerra civile,
ma per meglio dire dalla guerra dei
diamanti, che altri hanno deciso,
comprando ora un potere ora l’altro,
defraudando bambini e ragazzi per sempre
dalla loro innocenza, strappandoli dai
villaggi, imbottendoli di droga,
dandogli fucili e rendendoli marionette
del male.
Oggi
si respira un’aria di pace e di
rinascita, ma i segni della
guerra sono ancora visibili: edifici
distrutti, capannoni per i rifugiati in
rovina, teli dell’ONU ancora utilizzati
per le più svariate coperture, la
permanenza in parte delle forze di pace
delle Nazioni Unite, e soprattutto le
persone senza mani, senza braccia, la
terribile manica corta e manica lunga, i
volti scavati e gli occhi ancora pieni
di terrore di quelli che hanno visto
l’inferno e non si sono più ripresi.
I malati mentali sono tanti. Lo chiamano
shock da
conflitto. I medici
dell’ospedale Holy Spirit hanno chiesto
con insistenza l’apertura di un
ambulatorio psichiatrico.
Nella
casa accoglienza delle
Missionarie della Carità di Madre
Teresa, almeno una decina degli attuali
30 ospiti adulti ha problemi mentali.
Il numero si riferisce alla capacità di
ricezione della struttura, che accoglie
altrettanti bambini e ragazzi, molti dei
quali disabili psico-fisici o denutriti,
spesso abbandonati o allontanati dal
villaggio. Ogni giorno, fin dalle prime
ore dell’alba, circa 200 persone, donne,
bambini, anziani, malati, si mettono in
fila fuori del cancello, nell’attesa di
ricevere il pasto quotidiano che
amorevolmente le suore preparano.
Molte altre persone sono raggiunte dalle
suore nelle loro visite nella città.
La Casa è benedetta anche dal sangue
versato di cinque
suore uccise
durante la guerra e nella
piccola cappella splende la luce di chi
vive della carità, quando la comunità di
bambini, donne, uomini e sorelle
consacrate è riunita nella preghiera e
nella celebrazione eucaristica. |
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In ognuna delle strade principali
svettano i colorati minareti delle
moschee.
L’islam,
non solo è la religione con il maggior
numero di fedeli, più del 60%, ma è
anche in continua crescita.
Molti mercanti, provenienti da altri
paesi islamici, arrivano e sposano donne
locali.
Ne possono sposare più di una ed in
questo sono molto più vicini dei
cristiani alle religioni tradizionali e
pertanto maggiormente assimilabili.
Sposandosi aggregano altri membri della
famiglia ed in poco tempo riescono ad
ottenere molte conversioni.
Sono visibili anche i segni di un islam
integralista che impone alle donne abiti
scuri e testa coperta da un velo,
indossato anche dalle ragazze
frequentanti le
scuole islamiche.
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Alle sette del
mattino fa giorno e poco dopo
si vedono per strada bambini e ragazzi
dirigersi a scuola con le loro divise
eleganti.
È uno sfavillare di colori azzurri,
gialli, ocra, verdi.
Le accurate e bellissime acconciature
delle ragazze sono spesso nascoste da
cappelli dalla foggia anglosassone di
coloniale memoria.
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